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La coscienza può sopravvivere alla morte? La gran parte degli studi porta a conclusioni sbagliate!


Nell'arco di 40 anni e più si è creato un ricco filone di studi e ricerche citate in tutti gli ambienti in cui, tutt'ora, ci si sofferma sulla prospettata genuinità di esperienze pre o addirittura "post" morte insolite e straordinarie. Come stanno davvero le cose?


Dal 1975, anno in cui il noto psichiatra Raymond Moody pubblicò il suo bestseller sulle esperienze di pre-morte, psicologi e scienziati hanno tentato di utilizzare ogni mezzo che la scienza mette a disposizione per ottenere risposte dai pazienti che, in situazioni estreme, hanno raggiunto la soglia della morte per poi "tornare indietro" a raccontare la loro esperienza.


Interviste, questionari e testimonianze sono state utilizzate per descrivere e, soprattutto, interpretare le loro visioni o alcune delle loro percezioni ritenute extrasensoriali. Chi ha visto il famoso tunnel di luce (interpretato come l'ingresso verso un'altra dimensione), chi ha visto il proprio corpo dall'alto (considerato come una parte della coscienza che si allontana dall'individuo), chi ha provato esperienze insolite come sensazione di benessere, incontri con altri defunti e così via.


Cardiologi, neurologi e anestesisti di fama internazionale si sono confrontati con tali esperienze e hanno raggiunto conclusioni a dir poco scioccanti! Chi ha affermato di avere le prove dell'esistenza del paradiso, chi ritiene di aver dimostrato una coscienza indipendente dal cervello e chi, addirittura, è arrivato ad affermare che dopo la morte possa esserci una certa consapevolezza: "si potrebbe essere consapevoli di essere morti", si è letto su molti giornali tutt'ora in circolazione sul web. Affermazioni straordinarie che meriterebbero prove altrettanto straordinarie.


Ma gli autori di questi studi hanno dovuto fare i conti con dei limiti metodologici insormontabili, che non sembra siano stati tenuti in considerazione nelle loro conclusioni. Nessuno si è preso la briga di confrontare le esperienze di pre-morte con altre esperienze vissute in contesti in cui la cosiddetta soglia della morte non fosse mai stata raggiunta, né hanno dato peso alla fisiologica fallacia della ricostruzione mnemonica. Ognuno sembrava entusiasta dei propri risultati e tutti apparivano particolarmente ansiosi di presentarli al grande pubblico.

Armando De Vincentiis, psicologo clinico e psicoterapeuta, esperto di stati di coscienza e già autore di numerosi saggi sulla psicologia dell'esperienza religiosa, ha esaminato la gran parte di questi studi sottolineando i loro aspetti critici ed effettuando ciò che gli altri non hanno fatto, ossia comparare le esperienze vissute alle soglie della morte con altre situazioni, seppur estreme, ma lontane da essa cogliendo similitudini e differenze.


Con il suo saggio dal titolo piuttosto significativo "Sono morto. Anzi no!" (C1V Edizioni, collana scientifica Scientia et Causa), in uscita il 15 febbraio 2019, si comprenderà, finalmente, come stanno le cose, almeno ad oggi, sotto l'aspetto scientifico e psicologico. Nel libro il lettore non troverà speculazioni religiose o disquisizioni filosofiche ma solo dati di fatto osservati e analizzati con l'esclusiva lente della scienza. Per questo il libro è orientato a un pubblico che, senza pregiudizi, non vuole altro che capire.

Il volume si avvale delle conclusioni di Massimo Pigliucci, noto filosofo dell'Università di New York.


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