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A TU PER TU CON L’ESPERTO: bottiglia o borraccia?


Il 29 luglio di quest’anno appare una notizia su repubblica.it in base alla quale il comune di Milano inizia la lotta all'inquinamento da plastica donando “a tutte le bambine e i bambini delle elementari, e ai ragazzi delle scuole medie, al loro ritorno a scuola, una borraccia di alluminio per segnare la […] volontà di combattere la plastica. Servono segnali e, soprattutto, esempi". La notizia è qui. Più recentemente, anche l’Università di Padova ha dichiarato guerra alle bottiglie di plastica (qui) diffondendo la notizia che distribuirà qualcosa come 20.000 borracce di alluminio a quanti più studenti possibile in modo da disincentivare l’uso ai distributori automatici.

A noi di C1V sono venute in mente un po’ di domande in merito all'azione intrapresa dal Comune di Milano e dall'Università di Padova. A chi rivolgerle se non al nostro esperto, Pellegrino Conte, autore di “Frammenti di Chimica”, libro più venduto della Collana Scientia et Causa diretta dal Dr. Armando De Vincentiis, e Professore Ordinario di Chimica Agraria presso l’Università degli Studi di Palermo?


Professore, la sua attività di ricerca è mirata non solo alla delucidazione dei meccanismi coinvolti nella dinamica di nutrienti e contaminanti nei suoli, ma anche al recupero ambientale. Ha letto sicuramente dell’iniziativa promossa dal Comune di Milano e dall'Università di Padova per combattere la lotta all'inquinamento da plastica. Cosa ne pensa?

Cominciamo col dire che il termine “plastica” individua una moltitudine di materiali che si differenziano tra loro per caratteristiche chimico-fisiche e meccaniche. Forse solo gli addetti ai lavori ricordano che una delle prime “plastiche” ad essere sintetizzate fu il rayon. Si tratta di un derivato della cellulosa - sì, il polimero a base di glucosio che costituisce le fibre vegetali - che fu conosciuta come “seta artificiale”. Tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, l’industria chimica ebbe un enorme sviluppo e furono immessi sul mercato tantissimi materiali derivanti da reazioni chimiche più o meno complesse che consentirono non solo di ottenere una seta (il rayon, appunto) a basso costo, ma anche dei materiali sostitutivi, per esempio, dell’avorio. Come non ricordare la bachelite con cui sono fatte le palle da biliardo o i nostri vecchi telefoni di casa con la forcella ed il disco? La bachelite è una resina (o plastica) ottenuta facendo reagire tra loro il fenolo e la formaldeide. Entrambi i composti (fenolo e formaldeide) sono tossici oltre una certa concentrazione (meglio precisare perché questa intervista la legge chiunque e non vorrei che fosse usata dai soliti fuffari in modo improprio). Tuttavia, quando vengono fatti condensare in opportune condizioni per formare un polimero la cui struttura si estende nelle tre dimensioni, si ottiene un materiale non tossico e molto versatile che è stato usato per ottenere oggetti di uso quotidiano: dai già citati telefoni e palle da biliardo, alle radio ed a suppellettili di ogni tipo. Oggi questo materiale plastico è stato sostituito da altre forme di plastica ancora più versatili. Le troviamo dappertutto: nelle automobili ed in tutti i mezzi di locomozione, nelle pellicole fotografiche oltre che nelle macchine fotografiche, nei telefoni cellulari, nei tablet, nei computer, nei mobili di casa, nel packaging alimentare, nei teloni usati per le serre in agricoltura e chi più ne ha più ne metta.

Ma torniamo alla domanda: cosa penso delle iniziative del Comune di Milano e dell’Università di Padova?

Se queste iniziative nascono per ridurre sensu lato l’inquinamento da plastica, sono del tutto inutili. Come ho già fatto intuire, le plastiche (non “la plastica”) sono presenti ovunque e sono usate anche per la fabbricazione di oggetti di uso quotidiano in cui non ci aspetteremmo di trovare questi polimeri di sintesi. In altre parole, le bottiglie di acqua o i sacchetti per la spesa sono solo una piccola goccia nel mare di plastica che ci circonda. Pensate, per esempio, a quanta plastica è contenuta nei banchi e nelle sedie di un’aula universitaria o nei giochi e nelle suppellettili presenti in una stanza di un asilo o in un’aula di una scuola qualsiasi. Oppure alla plastica con cui sono fatti i condizionatori che riscaldano o rinfrescano le medesime aule. Vogliamo parlare, poi, della plastica contenuta nelle automobili?

Sono solo le bottiglie di plastica il nostro problema? Ne siamo sicuri?

Di certo trovare bottiglie e sacchetti di plastica ai piedi dell’Himalaya, in boschi che riteniamo incontaminati, nei fiumi e nei mari dove influenzano la vita acquatica, fa una certa impressione. Il problema, come al solito, non è il materiale in sé, ma l’uso che di esso fa l’essere umano. Se facciamo una escursione in un bosco e decidiamo di fermarci a mangiare qualcosa, per quale motivo non riteniamo opportuno rimettere nello zaino la plastica usata per impaccare il nostro cibo per poterla, poi, conferire nei luoghi opportuni? Perché sentiamo l’esigenza di lasciare i rifiuti con elevato tempo di vita media nei luoghi che abbiamo visitato?

Sotto un aspetto di carattere didattico, tuttavia, le iniziative degli enti di cui stiamo parlando sono veramente lodevoli. Esse, in realtà, non hanno lo scopo di diminuire la quantità di plastiche che impattano nell'ambiente, bensì di educare, soprattutto i più giovani, al rispetto ambientale. Queste iniziative servono, a mio avviso, ad insegnare il riciclo/riuso di materiali di utilità quotidiana. Servono, in altre parole, a far cambiare mentalità e a far capire che, come le bottiglie di plastica, esiste una moltitudine di materiali che non è necessario buttare via dopo un singolo uso, ma possono essere recuperati o alla loro funzione originaria o riutilizzati in modo diverso. Questo implica non solo un minor impatto ambientale, ma anche un maggior risparmio in termini economici.

Naturalmente, da sola questa iniziativa serve a poco se non è associata ad una corretta educazione all'ambiente. Per la corretta educazione ambientale serve avere il contributo dei docenti di ogni ordine e grado che devono farsi carico di spiegare come vanno usati i contenitori di alluminio distribuiti per l’acqua; qual è l’importanza della raccolta differenziata; perché buttare una cicca a terra invece che negli opportuni contenitori è un danno ambientale più grande di quelle che sono le dimensioni della cicca stessa; che l’acqua che esce dai rubinetti di casa o dai distributori che si trovano in giro per la città è potabile e buona quanto, se non di più, dell’acqua imbottigliata; e così via di seguito.


Ma l’alluminio con cui sono fatte le borracce non è tossico? Se è così, non è meglio insegnare a riciclare le bottiglie di plastica invece che quelle fatte con alluminio?

L’idea che l’alluminio sia tossico nasce direttamente dal fatto che chi cerca notizie in rete e poi diffonde quanto ha capito (ovvero sempre molto poco o addirittura nulla), si è fatto una idea sbagliata in merito alla pericolosità di un determinato composto chimico. Facciamo assieme una ricerca in rete e proviamo a vedere cosa troviamo. Se usiamo le parole chiave "alluminio scheda di sicurezza" vengono fuori più di 8 milioni di risultati in pochi secondi. Apriamo la scheda di sicurezza messa a disposizione dalla Roth (qui). La scheda trovata si riferisce ad alluminio in polvere. Poco male. Andiamo subito a cercare il valore della LD50 - ovvero la dose di alluminio letale per il 50% della popolazione di cavie soggetta all'esposizione del metallo. Essa risulta pari a 15.900 mg/kg. Questo numero significa che un individuo di 70 kg prima di avere un effetto dall'assunzione di alluminio in polvere, deve venire a contatto con circa 1.120 g di tale metallo, ovvero con un chilo e centoventi grammi. Ed in effetti, la scheda riporta chiaramente che l'alluminio in polvere non è classificato come acutamente tossico, non è classificato come corrosivo/irritante per la pelle, non è classificato come irritante o come causante gravi lesioni oculari, non è classificato come sensibilizzante delle vie respiratorie o della pelle, non è classificato come mutageno sulle cellule germinali, cancerogeno o come tossico per la riproduzione, non è classificato come tossico specifico per organi bersaglio (sia per esposizione singola che per esposizione ripetuta), non è classificato come pericoloso in caso di aspirazione. La non tossicità dell'alluminio metallico lo rende, quindi, un buon materiale per il packaging alimentare e, di conseguenza, per la fabbricazione di contenitori utili a contenere acqua.


Ma allora se l'alluminio non è tossico da dove nasce questo mito dell'alluminio tossico?

Non ho detto che l'alluminio non sia tossico. Ho detto che l'alluminio in forma metallica è un utile materiale per il packaging alimentare grazie alla sua inerzia chimica. Tuttavia, come ho evidenziato nel mio libro "Frammenti di Chimica", la tossicità di un qualsiasi sistema chimico dipende sia dalla sua concentrazione che dalla sua natura. L'alluminio metallico non è tossico. Lo è tuttavia nella sua forma solubile. Infatti, come riportato in un documento del Ministero della Salute (qui), quando l'alluminio è in soluzione "interferisce con diversi processi biologici e può indurre effetti tossici in diversi organi e sistemi tra cui il tessuto nervoso è il bersaglio più vulnerabile". Alla luce di questo, i limiti di assunzione sono posti a "20 e 70 mg di allumino/settimana, rispettivamente, per un bambino di 20 kg e per un adulto di 70 kg".

L'alluminio passa in soluzione sia per effetto di acidi che di basi. Vi faccio vedere uno dei grafici che uso quando spiego la chimica dell’alluminio nel mio corso di Chimica del Suolo.

Come si può vedere, in acqua non esiste una unica forma di alluminio. Ne esistono diverse, in funzione di quello che è il valore di pH della soluzione. A pH acidi l’alluminio è presente principalmente come esaaquaalluminio (III), mentre a pH basici principalmente come tetraidrossido di alluminio (III). Ecco allora che i contenitori per alimenti fatti di alluminio non possono contenere qualsiasi cosa. Se l'alluminio viene a contatto con alimenti che contengono acido citrico come conservante, per esempio, esso viene solubilizzato negli alimenti e, quindi, può essere assimilato nel nostro organismo nella sua forma tossica. Anche le temperature elevate possono consentire la solubilizzazione dell'alluminio negli alimenti e, di conseguenza, l'assimilazione nell'organismo.


Che differenza c’è tra borracce in alluminio ed acciaio come contenitori per l’acqua potabile?

I contenitori di alluminio si prestano molto bene, entro i limiti anzidetti, a poter contenere alimenti perché sono leggeri, hanno elevata plasticità, offrono una grande resistenza alla corrosione. L'acciaio è una lega di ferro e carbonio. A seconda delle quantità di ferro e carbonio possiamo ottenere diverse tipologie di acciaio. Molto genericamente, anche l'acciaio è resistente alla corrosione, all'usura ed al calore. Anche esso può essere utilizzato per contenere alimenti ed in particolare acqua. Se si fa una rapida ricerca in rete, si trovano, per esempio, serbatoi per l'acqua fatti proprio di acciaio. Perché, allora, alluminio e non acciaio per le borracce? Credo che tutto dipenda dal peso. A parità di dimensioni, l'alluminio pesa molto meno e, di conseguenza, è più trasportabile. Non dimentichiamo, però, anche la forza della fashion, ovvero della moda. Vogliamo mettere un oggetto di design fatto in alluminio invece che del “vile” acciaio?


Cosa consiglia, allora, per la salvaguardia ambientale?

Come ho già detto, il rispetto per l’ambiente non si può inventare. La coscienza ambientale si sviluppa solo grazie alla conoscenza, anche e soprattutto quella chimica. Sapere che i contenitori di alluminio non sono una panacea per ogni male, sapere che l’alluminio deve essere estratto dai minerali che lo contengono (i processi di estrazione sono necessariamente a forte impatto ambientale), sapere che il riciclo dell’alluminio passa in ogni caso per processi industriali che hanno anche essi un forte impatto ambientale, aiuta a formare meglio la consapevolezza che le azioni messe in campo dalle varie istituzioni devono essere viste solo come un utile segnale per insegnare il corretto riuso dei materiali di cui oggi disponiamo per il packaging. Oltre all'uso di contenitori di alluminio, sarebbe anche importante insegnare a riutilizzare le bottiglie di plastica più e più volte in modo tale da ritardare il più possibile la loro immissione nell'ambiente. E, più di ogni altra cosa, è importante insegnare che quando si va in campeggio, si gira per la città, si viaggia in macchina o si va in gita, occorre evitare di abbandonare i rifiuti. I rifiuti vanno riportati indietro oppure disposti negli opportuni contenitori se essi sono presenti nei luoghi che visitiamo.

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